IL PENSIERO DEL CUORE
La scuola di In Flow segue gli indirizzi del pensiero del cuore. E’ cioè una didattica che si interessa al come delle cose più che al perché. Per questo si sofferma sul vedere davvero, sul sentire tattilmente quello che c’è, sull’ascolto aperto e non giudicante. Tutto questo è in parte pensiero del cuore. Aprirsi all’altro senza giudizi, diagnosi, prescrizioni è sentire con il cuore ed è un fare anima.
Come scrive James Hillman in L’anima del mondo e il pensiero del cuore, “L’andare con il cuore verso il mondo sposta la terapia dal concepirsi come scienza all’immaginarsi piuttosto come attività estetica”… Per attività estetica Hillman intende la capacità di cogliere la natura innata delle cose, la loro essenza, attraverso i sensi. L’attività del percepire in greco è infatti aistesis, la cui radice etimologica rimanda ad accogliere, inspirare. “Tutte le cose, in quanto esibiscono la loro natura innata, mostrano l’oro di Afrodite, (la dea greca dei sensi e della sensualità)”…“L’apprendistato della terapia richiede quindi l’affinamento della percezione e si deve basare sul cuore che immagina e sente le cose. Per questo apprendistato bisogna ridestare ed educare il cuore…” Fa parte di questo apprendistato l’addestramento dell’occhio e dell’orecchio, del naso e della mano a percepire davvero, a fare gesti giusti, a compiere i giusti atti, proprio come i bravi artigiani. Il lavoro invisibile di fare anima troverà le sue analogie nelle cose ben fatte… E ci chiederemo che cosa e dove e chi sono le cose, e in quale modo, esattamente, sono quello che sono, invece che perché, come mai e a che scopo”. Qualche anno fa girava un adesivo: “La percezione richiede impegno”, c’era scritto. Cosa significa: richiede impegno? Credo che una possibile risposta ci venga ancora da Hillman nel suo libro sul pensiero del cuore. Il filosofo americano insiste sull’importanza di addestrare il cuore, e quindi i sensi. Importanza capitale in una terapia che vuole essere estetica e artigianale. Ma prima ancora occorre risvegliare il cuore. Scrive Hillman: “Il problema del male, come quello del brutto, rimanda in primo luogo al cuore anestetizzato, al cuore che non reagisce a quello che ha davanti e che trasforma con ciò stesso il variegato volto sensuoso del mondo in monotonia, in uniformità, in unità. Il deserto della modernità. Eppure, sorprendentemente, quel deserto non è senza cuore, perché il deserto è dove vive il leone. Deserto e leone sono tradizionalmente associati nella medesima immagine, sicché, se vogliamo ritrovare il cuore reattivo, dobbiamo andare là dove più sembrerebbe assente. Secondo il Physiologus (tradizionale compendio di psicologia animale), alla nascita i cuccioli del leone sono inanimati e vanno destati alla vita con un ruggito; ecco perché il ruggito del leone è così possente: per risvegliare i leoncini dal loro sonno, dal sonno in cui sono immersi dentro il nostro cuore. Dunque, il pensiero del cuore non è semplicemente dato, non è una innata risposta spontanea, sempre pronta, sempre presente. No, il cuore va pro-vocato, fatto uscire, che è appunto l’etimologia che Marsilio Ficino dà della bellezza: kallos, dice, viene da kaleo, “pro-vocare”. “Il bello genera il bene” (Platone, Ippia maggiore, 297b). La bellezza deve essere provocata alla vita con il furore, l’oltraggio, perché i cuccioli del leone nascono inanimati, come la nostra pigra acquiescenza politica, il nostro carnivoro stordimento davanti al televisore: la paralisi per la quale il pharmakon di Paracelso era l’oro, il metallo del leone. Ciò che nel cuore è passivo, immobile, addormentato crea un deserto, e il deserto può essere curato soltanto dal suo stesso principio parentale, che esprime con un ruggito le sue cure che ridestano alla vita. “Ruggisce il leone al deserto infuriante” ha scritto Wallace Stevens. Più grande è il nostro deserto, più grande deve essere il nostro furore, e quel furore è amore.Le passioni dell’anima rendono abitabile il deserto. Non abitiamo una grotta di rupi, bensì il cuore che è dentro il leone. Il deserto non è in Africa; è dovunque, quando si è disertato il cuore. I santi non sono morti; essi vivono nelle passioni leonine dell’anima, nelle immagini che ci tentano, nelle fantasie sulfuree e nei miraggi: la via dell’amore. Il nostro percorso attraverso il deserto della vita, o qualunque suo momento, è il risveglio alla vita come deserto, il risveglio della belva, sentinella del desiderio, la sua zampa famelica, infocata e insonne come il sole, esplosiva come lo zolfo, che incendia l’anima. James Hillman, (1982) L’anima del mondo e il pensiero del cuore, Adelphi, 2002.
