LA PAROLA CONTEMPLATIVA

Uno sguardo contemplativo è la base per un linguaggio che non separa, un linguaggio che chiamiamo di presenza. Quali sono le sue caratteristiche?
Gli studi delle neuroscienze sulle differenze tra cervello destro e cervello sinistro e sui due mondi che questi emisferi rappresentano ci aiutano a capire meglio la differenza tra un linguaggio che separa e un linguaggio che connette.
Nel suo ultimo libro The Master and his Emissary, il neuroscienziato Iain McGilChrist, spiega che un motivo per cui i nostri due emisferi cerebrali sono divisi, è il bisogno dell’uomo di utilizzare due tipi di attenzione: una ristretta e focalizzata sui nostri bisogni di sopravvivenza e una ampia e aperta a ciò che nel mondo c’è oltre a noi stessi. Negli uomini, ma anche negli uccelli e negli animali, l’emisfero destro si apre a un’attenzione flessibile e globale, mentre quello sinistro esercita un’ attenzione focalizzata. Scrive McGilChrist: “L’emisfero destro vede le cose come un tutto, e nel loro contesto, mentre il sinistro vede le cose astratte dal loro contesto, le divide in singole parti e poi le ricostruisce come un intero. Questo intero è però qualcosa di molto diverso dall’intero del cervello destro”. In un altro capitolo del suo libro l’autore spiega che una lesione all’emisfero destro può produrre l’impossibilità di riconoscere un viso, oppure l’impossibilità di provare empatia, formare legami, comprendere emotivamente l’altro.
Questa capacità di cogliere la globalità è presente sin dai primissimi giorni di vita. Per molto tempo l’infante è, potremmo dire, tutto cervello destro (l’emisfero sinistro e quindi le capacità linguistiche si sviluppano più tardi) coglie quindi la realtà in modo olistico e non è in grado di separare le cose o le diverse modalità percettive.

Il Baby’s Brain Buddha, come lo chiama Franklyn Sills, conosce il mondo simultaneamente.
Può sembrare forse bizzarro, ma per allenare uno sguardo e quindi un linguaggio contemplativo, ci possono aiutare le osservazioni su come i bambini creano le prime rappresentazioni, su come i bambini percepiscono la realtà prima di entrare nella verbalità e quindi prima di aver sviluppato pienamente le capacità linguistiche che sono gestite in gran parte dall’emisfero sinistro del cervello. Abbiamo bisogno di tornare a un periodo della vita in cui non siamo ancora in grado di parlare, per aprirci a una parola che nasce dal cuore, dall’accettazione e dalla compassione. Nelle prime fasi della vita i bambini sono Baby’s Brain Buddha, questo significa che sperimentano il mondo come una unità globale e le loro percezioni, secondo gli studi di Daniel Stern e altri psicologi dello sviluppo, sono di tipo amodale. I bambini percepiscono il mondo e collegano le diverse percezioni visiva, auditiva, ecc., non in base ai singoli oggetti che ancora non sono in grado di nominare, ma in base alle qualità globali dell’esperienza. In altre parole c’è la capacità di collegare per esempio una percezione auditiva e una visiva in base all’intensità. I bambini piccolissimi sono un po’ come i poeti. La poesia ci offre infatti infiniti esempi di metafore in cui assistiamo al passaggio da un canale sensoriale all’altro. La forza espressiva di molte metafore, deriva anche da questo accesso a un tipo di percezione amodale che la poesia rende possibile. (di Rosella Denicolò)