EMBODIMENT: Una Esperienza di Movimento Autentico

di Rosella Denicolò
Diversi anni fa ho scritto questo articolo per il DRepubblica.
Il racconto in prima persona di un seminario in cui faccio un’esperienza di Movimento Autentico. Da allora ho ripetuto molte volte il lavoro con questo tipo di movimento che riporta così profondamente in contatto con la parte più autentica di noi stessi, in un profondo processo di Embodiment.
Il movimento è un lievito per le sensazioni: con queste parole Jacques van Eijden, insegnante di Somatic Movement di Amsterdam, introduce la sessione di Movimento Autentico.
Sono a Roncegno alla Casa Salute Raphael, un centro termale e di medicina antroposofica, dove anche le cose nuove sanno di tempo passato.
Qui, il silenzio è considerato una cura. Camminiamo nella stanza e improvvisamente Jacques ci chiede di scegliere un partner. Siamo in ventiquattro a partecipare a questo gruppo e il mio sguardo si rivolge immediatamente verso Luca.
I nostri corpi di dispongono uno verso l’altro. Rimango sorpresa perché è come scegliere senza aver scelto. Come se la mente, con tutte le sue facoltà di valutazione, di giudizio, il suo eterno desiderio di soppesare i pro e i contro, si fosse messa un po’ da parte e a scegliere fosse stato il corpo stesso.
Ed è proprio questa la chiave- mi accorgo dopo un po’- per entrare nel Movimento Autentico. Jacques ci dà poche istruzioni: “Fidatevi del flusso degli impulsi”, dice, “e prima di muovervi aspettate che ci sia un impulso al movimento. Come se, invece di muovervi, foste mossi. O vi lasciaste muovere”.
Non c’è nessuna tecnica da imparare, nessun risultato da raggiungere. Guardo Jacques un po’ confusa. Cosa significa lasciarsi muovere? Lasciare da parte la volontà? Lasciare che il movimento accada? Sono domande a cui non posso rispondere. E’ come se la mia stessa mente rimanesse sospesa, in stand by. Dev’essere così che succede anche con i Koan dello Zen. Il maestro offre una domanda al discepolo tipo “Chi sono io”? Il discepolo tiene con se’ la domanda e lascia che la risposta arrivi. Chissà da dove. Ma forse non è un problema di luogo. La struttura di questa sessione di movimento autentico è abbastanza semplice: per venti minuti un partner sta all’interno del cerchio costituito dalla metà del gruppo, e si muove. Diventa il movers, come si dice in gergo tecnico.
L’altra metà dei partecipanti costituisce il cerchio: sono i testimoni. Segue e protegge il movimento. C’è bisogno di questa protezione perché il movers tiene gli occhi chiusi per tutto il tempo. Si muove senza vedere e potrebbe andare addosso a qualcun altro, oppure uscire dal cerchio, sbattere contro un mobile, inciampare. Seguono dieci minuti di condivisione, durante i quali i due partner raccontano ciò che hanno vissuto, poi si cambia di ruolo. Luca inizia per primo e si stende sul pavimento. Lo osservo in silenzio. Le persone all’interno del cerchio a poco a poco cominciano a muoversi. Solo Luca rimane fermo.
Sono perplessa: è l’unico del gruppo a stare disteso, senza fare nulla. Ma Jacques ci aveva chiesto di seguire un flusso autentico di movimento e di muoverci solo se l’impulso a muoversi si innestava. Guardo il gruppo: qualcuno si muove più lentamente, sposta solo un braccio o solo la testa, altri gattonano, altri ancora sono in piedi. C’è molta armonia in questi gesti e non mi stupisce che il Movimento Autentico venga utilizzato dai coreografi come fonte di ispirazione per nuove forme di danza. Solo Luca rimane disteso. Mi sembra immobile, poi guardando con più attenzione e noto piccoli fremiti delle gambe. Il vivente non è mai immobile, penso.
I minuti passano e la mia attenzione è sempre più concentrata sul corpo di Luca. Continuo a seguire il suo movimento, che è così sottile da non avere quasi apparenza. Forse sto mettendo a fuoco l’invisibile. Oppure, come diceva Moshe Feldenkrais, uno dei grandi geni del nostro secolo nello studio del movimento, mi è possibile cogliere differenze di stato così minuscole perché lo stimolo è ridotto al minimo, perché è tutto così rallentato. “Ho sentito che l’autenticità era nello stare e non nel fare”, mi dice Luca alla fine dei venti minuti. “Sentivo il bisogno di prendermi spazio, senza dover corrispondere a nessun modello. In quello stato di quiete un movimento più sottile ha preso forma. Appena percettibile, interno”. E’ il mio turno, mi distendo sul pavimento di legno di questa bella stanza antica, con gli affreschi e le vetrate che danno su un parco verdissimo. Chiudo gli occhi e mi sento protetta da questo involucro di bellezza. Mi chiedo se rimarrò anch’io ferma come Luca, oppure se il mio movimento autentico sarà più manifesto. Sto in attesa, con curiosità. Passa qualche minuto, o forse qualche secondo. Non lo so. Quando si chiudono gli occhi e si porta l’attenzione alle sensazioni interne del corpo, il tempo segue linee che non sono rette.
Diventa, per così dire, einsteniano. Relativo, insomma. Poi sento un impulso che parte dal collo. Mi trovo a pancia in giù, come portata da un movimento che non dirigo. Prima è lento, come esplorativo, poi più veloce. Mi muovo come una lucertola. Mi sento piena di vitalità, forte. Improvvisamente il movimento si ferma.
Continuo a osservare quello che mi accade, come fosse attivo un testimone interno. Sento l’impulso di sollevarmi da terra. Ci provo una, due volte, forse tre, ma la testa ricade come fosse troppo pesante. Ricade e batte sul pavimento. Il suono è proprio quello di quando i bambini fanno i loro tentativi di mettersi in piedi. Non mi faccio male. Mi sento piccola: forse ho un anno, o poco più. Ho anche l’impressione che non ci sia nessuno a proteggermi. Allora il mio corpo si arrotola su se stesso e una mano si avvicina alla bocca. Riapro gli occhi e con sorpresa trovo Luca davanti a me.. Ci metto un po’ ad orizzontarmi e a poco a poco ritorno nella mia pelle di adulta, in questo tempo e in questo spazio circondato dai grandi alberi del parco. Ritorno con un senso profondo di me stessa, con un qualcosa che sa di vero.
Per approfondire: Movimento Autentico, pubblicato da Cosmopolis, e che raccoglie gli scritti delle creatrici di questo metodo: Mary Whitehouse, Joan Chodorow e Janet Adler.
